Chi fu Antonio Cagnoli
Antonio Cagnoli nacque a Zante, nelle isole Ionie, il 29 settembre 1743, da famiglia veronese. La professione del padre, impiegato presso la Repubblica di Venezia, costringeva la famiglia a continui spostamenti, per cui Antonio non frequentò quasi mai le scuole pubbliche e la sua educazione fu affidata soprattutto a precettori privati. Cominciò giovanissimo a viaggiare e a frequentare i circoli illuministi italiani e francesi, interessandosi soprattutto di politica e diritto. Nel 1772 partì per Madrid come segretario particolare del nuovo ambasciatore veneto, e quattro anni dopo venne trasferito nella sede diplomatica di Parigi.
Una sera d’ estate del 1780, il trentasettenne Cagnoli, ebbe il suo incontro "fatale" con l’ astronomia. Un telescopio aveva fatto la sua comparsa nell’ aristocratico salotto nel quale si era trovato a trascorrere la serata, e, come racconta G. Baraldi in "Vita e opere di Antonio Cagnoli", "il Cagnoli pure alla sua volta appressò la pupilla all’ oculare dell’ istrumento, e la ritrasse colpito da tanta sorpresa, che la Società ne ebbe quasi sgomento... l’ asse del telescopio era rivolto in quel momento all’ anello di Saturno".
La folgorante visione cambiò per sempre l’ esistenza di Cagnoli, il quale, gettata alle ortiche la vita precedente, decise di dedicarsi anima e corpo allo studio del cielo. Gli anni successivi furono, a sua detta, i più felici della sua vita: dopo aver studiato sotto la guida del celebre astronomo Françoise de Lalande, fece da intermediario fra il prestigioso mondo accademico parigino e la Società Italiana, che fu per alcuni decenni la più rappresentativa associazione scientifica del nostro paese, conobbe gli scienziati più in vista dell’ epoca, e cominciò a pubblicare i suoi primi lavori scientifici.
Nel 1781 Cagnoli si risolse ad investire gran parte dei suoi risparmi in strumenti astronomici: decise, cioè, come si suol dire in gergo astrofilo, di "farsi la cupola". In quel tempo i telescopi migliori erano quelli inglesi, ma Cagnoli optò per strumenti francesi, che, pur essendo quasi altrettanto buoni, erano più economici. L’ insieme degli strumenti che Cagnoli riuscì via via a collezionare era veramente notevole: un primo telescopio, o "macchina astronomica", acquistato nel 1781 per 4000 franchi; un secondo strumento, con cannocchiale acromatico a due lenti (diametro 5,6 cm., focale 1,2 metri), micrometro esterno, livello, ecc., acquistato nel 1783 per 2000 franchi; un ottimo orologio a pendolo, dotato di verghe di compensazione, acquisitò nel 1783 e tuttora esistente all’ osservatorio di Merate; un grafometro con diametro di 16 cm, dotato di due cannocchiali, costato 600 franchi; ed un telescopio equatoriale, o "macchina parallattica", con obiettivo acromatico a tre lenti da 9,5 cm. di diametro ed 1,2 metri di focale. Quest’ ultimo era probabilmente il pezzo migliore: uno dei primi esempi di montatura equatoriale moderna, dotata di cerchi graduati con nonio sia in A.R. che in declinazione, e all’epoca non aveva eguali in Italia.
Nel 1786 Cagnoli, arricchito dalle esperienze europee, tornò a Verona, dove trasferì gli strumenti acquistati a Parigi. La specola fu allestita in un edificio in Via Quattro Spade, e l’ astronomo vicentino Giuseppe Toaldo la descrisse con tono ammirato: "In Verona ritrovai una specola sorta dalla terra, o calata dal cielo. Ella è opera dello eggregio socio nostro [dell’ Accademia di Padova, una delle tante che lo vedevano socio effettivo od onorario. N.d.A.] Sig. Antonio Cagnoli. E’ una specola fornita di tutto l’ occorrente per un privato osservatore ad uso di Parigi e Londra coll’ ultimo gusto della finezza Astronomica. Il Signor Cagnoli ha innalzato una sala capace nella quale ha disposto in fila tre insigni Stromenti: la Macchina Parallattica, lo Stromento de’ Passaggi, ossia Cannocchiale Meridiano, ed un Quadrante di tre piedi posto in un sito comodo, un Artifizioso Pendulo. Il primo e l’ ultimo Stromento tiene il tetto mobile che si gira lentissimamente; il tutto è coperto di latta. (...) Il Sig. Cagnoli ha avuto il coraggio di spendere in queste opere tra Stromenti e fabbrica due buone migliaia di Zecchini".
Si trattava del miglior osservatorio privato d’ Italia e probabilmente d’ Europa. L’ astronomo padovano si stupì di aver trovato nella nostra città una realizzazione di quel livello, e ne aveva tutte le ragioni: aveva infatti visitato non un prodotto dell’ambiente culturale veneto, ma una specola "ad uso di Parigi e Londra", sorta per iniziativa di un privato entusiasta come frutto dei suoi viaggi all’ estero e che non disponeva, in realtà, di un retroterra adeguato alle spalle. A Verona la specola divenne ben presto una specie di attrazione turistica, visitata da ogni veronese colto "e dai forestieri più ragguardevoli", ma si trattò più spesso di curiosità che di autentico e profondo interesse.
Una volta inaugurata la specola, Cagnoli diede senz’ altro corso alle osservazioni astronomiche cominciando col determinare le coordinate esatte del proprio osservatorio e quindi della città (la posizione esatta di Verona era nota all’ epoca con un’ incertezza di 40 chilometri!); per Cagnoli la scienza era anche uno strumento da utilizzare nell’ impresa ormai disperata di rimettere la vecchia Repubblica Veneta al passo con l’ Europa: si batté quindi per la riforma dell’ora, che nel territorio veneziano si calcolava ancora in base al tramonto mentre in quasi tutto il continente era già utilizzata la pratica attuale di far iniziare il nuovo giorno con la mezzanotte); convinto che la scienza potesse fornire valide risposte ai problemi che dovevano affrontare i governi dell’epoca, cercò di introdurre a livello delle classi colte una cultura scientifica moderna e di stampo europeo, attraverso gli almanacchi che pubblicava annualmente ed altre opere rimaste talora inedite, come una traduzione italiana della Storia dell’ Astronomia dell’ astronomo francese Bailly.
Per decreto, gli strumenti vennero acquistati dalla specola braidense, e la ragguardevole somma di 19.000 lire milanesi richiesta da Cagnoli non venne giudicata eccessiva. Nel 1799 l’ astronomo colse l’ occasione di trasferirsi a Modena come insegnante di matematica presso la Scuola Militare, e nel 1807, carico di onori e prebende, Cagnoli fece il suo rientro definitivo a Verona dove un morbo senile lo privò progressivamente della memoria. Morì per un colpo apoplettico il 6 agosto 1816.
Uomo piissimo ed austero, non si era mai voluto sposare e l’ indubbio prestigio di cui godette in vita era dovuto non meno alle sue qualità morali che a quelle intellettuali. Cagnoli fu un tipico esponente del Settecento europeo: uomo d’ ordine, convinto sostenitore delle innovazioni graduali volte a riformare la società d’ancien régime senza distruggerla, non comprese la rivoluzione francese e la detestò, accettando infine come un male minore il ritorno all’ ordine imposto da Bonaparte. Cagnoli non può certo essere considerato un esponente di punta della ricerca astronomica dell’ epoca; fu tuttavia un eccellente tecnico dell’ astronomia, il cui metodo di lavoro non lasciava alcun margine al dilettantismo, e si guadagnò una solida e meritata fama nel campo della trigonometria e delle sue applicazioni alle discipline astronomiche e cartografiche. Tra le sue opere più famose va citato il manuale di Trigonometria piana e sferica, utilizzato correntemente in tutta Europa per decenni come il testo migliore nel suo genere, e le Notizie Astronomiche adattate all’ uso comune, un lavoro estrapolato dai trattatelli che Cagnoli soleva premettere ai suoi almanacchi annuali. Quest’ultimo libro, mai definitivamente completato per la malattia senile dell’ autore, conobbe parecchie ristampe fino al 1851 quando veniva ancora considerato dall’editore Silvestri di Milano "l’ unico libro al quale la gioventù possa affidarsi onde attingere le prime nozioni di Astronomia, senza bisogno di aver fatto un corso di studi nelle matematiche".
La dedica del Circolo Astrofili Veronesi alla memoria di Antonio Cagnoli è stata una scelta non solo doverosa, ma anche felice: egli infatti fu un astronomo preparato e rigoroso, che gli scienziati del suo tempo consideravano un collega alla pari; e tuttavia, operando per lo più al di fuori di istituzioni pubbliche o private, senza ricevere alcun compenso per il lavoro svolto ma anzi spendendo del proprio in misura notevole spinto da nient’ altro che dalla passione per il cielo, può essere considerato a buon diritto un autentico astrofilo e ben adatto a figurare come ideale fondatore della nostra società.
(Adattato da Paolo Alessandrini dal saggio originale di Ivano Dal Prete pubblicato sul C.A.V. Notiziario di Maggio 2001)